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Quando i "no" fanno bene. La dolce bocciatura di un esperto.

February 1, 2017

"Mi spiace, non ci siamo. Lei non è portato per questo mestiere".

 

Parole-macigno che possono voler dire bandiera bianca. Resa. Rinuncia. Soprattutto se sentenziate da un esperto.

 

Porsi un traguardo professionale - ma anche nella vita tout court - richiede uno spassionato inventario delle proprie abilità. Occorre cioè valutare, con distacco e neutralità, se nel proprio arsenale si abbiano le giuste frecce-competenze per il bersaglio-mercato cui si sta mirando.

 

Ci si chiede:

 

- posso incontrare una domanda? c'è gente disposta a pagare per quello che credo di saper fare?

- l'arena competitiva di quel particolare mercato, quello specifico segmento, è sovraffollata?

- c'è una nicchia in cui posso eccellere?

Una sana autovalutazione consente di impostare la rotta o - nel caso si arrivi alla conclusione di non avere le carte in regola - rinunciare al lancio e dirigersi verso altri bersagli professionali, con tutto il carico di imprevedibilità che questo comporta.

Valutare il proprio potenziale con distacco è impresa assai difficile, perché l'ambizione e la passione possono essere lenti deformanti che inducono spesso a sovrastimarsi, a vedersi come dei giganti quando invece si è delle formiche.

Allora la parola all'esperto, alla figura autorevole di chi vanta un expertise nel settore di cui vogliamo far parte.

Spesso però ciò che passa sotto il vaglio della sua valutazione è la componente tecnica di una performance. Gli ingredienti che entrano in gioco, che segnano la differenza tra farcela e non farcela, sono in realtà molto più incorporei e difficilmente misurabili: la persistenza, la resilienza, la capacità di imparare dagli errori, l'abilità di riconoscere modelli d'eccellenza e ispirarsi a questi nel tempo, nonostante gli inevitabili e dolorosi inciampi.

Nel 1999 conobbi una ragazza che presentava un programma musicale in una stazione radio: la sua voce suonava ammaliante, avvolgente, cristallina. Balzava agli occhi - alle orecchie, direi meglio - che era proprio quella la sua vocazione: lavorare in radio. Non più come una dilettante.

 

L'ho rivista anni dopo e le mie attese furono tristemente disilluse: davo per certo che fosse diventata una professionista ma, mio malgrado, ho dovuto prendere atto che le sue speranze erano state tradite: attualmente fa fronte alle difficoltà comuni a molti giovani adulti, in un mercato del lavoro asfittico di opportunità. P. lavora saltuariamente come cameriera.

Perché P. non è riuscita a realizzare il suo sogno? Cosa le è mancato? Perché non ha saputo trasformare il suo straordinario talento vocale in fatturato? Semplicemente aveva fatto affidamento solo su questo. La componente tecnica. Il dono di natura. Ma il mercato ha risposto inesorabile: una bella voce non basta! Altrimenti essere alti significherebbe diventare automaticamente giocatori di basket o essere una bella donna vorrebbe automaticamente dire sfilare in passerella.

 

Specializzazione, formazione, dedizione. E dizione, in questo caso.

 

Ma ora, in questa storia, entra in ballo un autodidatta (ed è già la prima anomalia) che vuol diventare professionista. La situazione opposta di P.: parte svantaggiato, perché non ha una voce radiogenica, bella di natura, fa un provino, gli viene detto che non è fatto per questo mestiere ma vuole lo stesso sfidare il responso oracolare del saggio-esperto che lo valuta.

 

Quali saranno le parole dell'esperto? Che valutazione farà? Su cosa si concentrerà? Che cosa ci sarà di incredibile? Tutto questo nel prossimo post. Stay tuned. And share if you like it.

 

 

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