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L'effetto di quel dolcissimo no sulla mia vita


Nella traccia qui linkata, ascoltate un estratto del mio cd dimostrativo del 1999 comparato con la mia voce del 2014. Si tratta di una conduzione radiofonica. Quindici anni dopo ho trascritto e reinciso il testo. C'è stato un cambiamento? C'è stata un'evoluzione? Quanto può cambiare la propria voce?

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E chi l’avrebbe detto?

Questa la domanda da girare al destino, sempre che trovi il tempo di rispondere, indaffarato com'è a fare e a disfare istanti.

Riavvolgiamo un attimo il nastro: correva l'anno 1999 e l’adolescenza fioriva svagata, libera, felicemente inconcludente. Nei miei giorni c'era P., una ragazza dai capelli e dalla voce color fuoco. Ad aver vicine le sue labbra, un microfono: ogni giovedì pomeriggio, diretta radio. Mi limitavo a presenziare, io, a fare da muta cornice, niente più. Mi piaceva starla a fissare, dietro quel vetro, con quelle strane cuffie addosso. P. s'insinuava tra una canzone e l'altra con voce soffusa, nebbiosa direi. Bello poi quando dal vestito dei suoi discorsi sporgevano le sinuosità delle sue "evve"...

P. dai rossi capelli mi attaccava la passione per le parole. Non più quelle trasmesse da radio locali: ora mi versavo nell'orecchio, dietro suo consiglio, voci proiettate niente meno che dalla lontana Milano, la capitale dell'emittenza. Che italiano! Che suoni! Una purezza di lingua mai vista. Pardon, mai sentita.

Le parole mantenevano un contegno, una solennità, uno stile, persino quando dicevano del traffico in tilt o del leone fortunato in amore. Era ufficiale: da grande non volevo fare né l'astronauta né il calciatore.

Passata la fase delle registrazioni sperimentali – ad armeggiare con un microfono da pochi spiccioli, rimediato chissà dove, chissà come – mi decisi a incidere un cd per A, il direttore della radio di P. Senza batter ciglio, la mia voce fu subito in onda. Questione di buco da tappare in palinsesto, non certo sfacciato talento.

Confesso: quella trasmissione non corse mai il rischio di passare alla storia né per originalità né per buon gusto. Trattavasi di canzoni variamente assortite che dovevano tenere insieme, come un rinsecchito scotch, sketch comico-demenziali, burle telefoniche e un più o meno innocente vandalismo verbale.

A quel punto, con tutta l’ingenuità dei miei 19 anni, smaniavo di ricevere un riscontro, un segno di ammirazione, un pallido baluginio di gloria. Il telefono della radio taceva e gli amici dispensavano brucianti stroncature: sigarette spente sulla dorata pelle dell'ambizione.

Che succedeva? O, meglio, perché non succedeva qualcosa?

Fluirono diversi anni, tra passioni, sviste del cuore, baci liquidi e nebbiosi sogni. Ventiquattrenne sfociai nel 2004: ero un mare in piena spiaggiato sul nulla. L'occasione arriva. Un mio amico riesce a combinare un'audizione con una speaker pubblicitaria: vi avviso, una con una voce così riuscirebbe a smerciarvi di tutto, dal prodotto col nome quasi uguale a quello famoso alla sala ricevimenti immancabilmente «immersa nel verde», «per eventi unici ed esclusivi», «ideale per i vostri momenti speciali»... Oso un'avance professionale: le chiedo di farmi leggere qualcosa, che sia l'Amleto, le istruzioni del telecomando o gli ingredienti della maionese.

C. tiene lo sguardo versato nel display del telefono. Mi sfugge, assorbita e pensosa. Più volte incalzata, borbotta, borbotta, poi sbotta e affila queste parole: «Tranquillo, non ti scomodare, stai lì». Vuole forse risparmiarmi i pochi passi che mi separano dal microfono? Già, perché è davanti a quell'aggeggio che generalmente si tiene un provino. Insisto con le avances.

«Senti, la tua voce non ti consente di stare in onda, non va bene per la radio, mi capisci?».

Mai, mai e poi mai avrei pensato che una voce così vellutata potesse suonare peggio di unghie sulla lavagna. Dal solo «buongiorno, piacere Francèsco» avevo buttato tutto al vento.

«Non hai una seconda occasione per fare una buona prima impressione», dicono alle convention aziendali ai futuri venditori di aspirapolvere. Mi ero venduto malissimo. Avevo detto a una purista della lingua italiana il mio nome con la "e" aperta anziché chiusa, tradendo la mia marcata meridionalità e sfacciata incompetenza. È come se a un party conosci la moglie del capo e le dici delle tue succulenti salsicce di Norcia con patate o del tuo inarrivabile arrosto di vitello all'arancia, salvo scoprire che hai davanti una convintissima vegana.

Ero fuori dai giochi, caduto ancor prima di saltare.

Adesso sorrido pensando a quella signora dalla voce d'oro ma dai modi un po' spicci. Eppure aveva ragione: le stelle non mi hanno arriso, nessun talento vocale nel corredo genetico. Ritento sarò più fortunato.

Qualche anno dopo trovo il modo di far arrivare il mio cd dimostrativo tra le mani di una doppiatrice milanese. Risultato? Altra stroncatura. Stavolta però con retrogusto più dolce: le critiche da mandar giù sono limonata non zuccherata, non acido di batteria. R. mi fa un po' la "lista della spesa": devo con pazienza acquistare, una dopo l'altra, una serie di competenze. Disciplina ed esercizio, tutto qui. Finalmente so che parlo di testa, che il diaframma non è solo roba da fotografi, che non basta sapere se una vocale è aperta o chiusa per pronunciarla esattamente aperta e chiusa; che esiste un dizionario che non ti spiega i significati delle parole ma se si dice sàlubre o salùbre, dèvio o devìo, scandìnavo o scandinàvo.

Insomma, mi si apre un mondo.

Segue una lenta evoluzione, un decennio passato a sillabare, a parlare addosso agli attori in tv, a registrare e a cancellare tutto, mai soddisfatto di niente. Finché un giorno squilla il telefono. Dall’altra parte il direttore di un picco piccolo settimanale d’informazione.

«Salve, lei conosce il nostro giornale?» «Sì, lo conosco.» «Senta, vogliamo fondare una web-tv.» «Capisco. Ma che cercate precisamente? Cioè, in che modo potrei...» «Aspetti, il progetto per adesso è in una fase di...» «Premetto che non sono un giornalista. Voglio dire, cercate un lettore di notizie, un annunciatore?» «Ce li mettiamo noi quelli! Mi lasci parlare. Secondo lei ci mancano i giornalisti?» «Beh...» «Ha visto che stile le inchieste? Ha letto un po' che articoli?»

«Per carità, non dico che... » «Di scrivere sanno scrivere, solo che quando aprono bocca... se va in porto il discorso videogiornali, capisce che la cosa si fa un po' delicata. Bisogna creare un buon prodotto, ci sono gli sponsor.» «Certo, ma quello che non ho compreso è in che modo potrei...» «Senta, le andrebbe di sistemare la dizione a questi sciagurati?».

Gennaio 2014, forse metà mese, una manciata di minuti alle 14. Uno sferragliare di forchette, bocche piene e televisione accesa. Scorre la pubblicità, sguardi nel piatto, furtivi brusii. Irrompe uno spot. «Si possono fare tante cose con libri e cd. Ma per imparare le lingue da oggi c'è Babbel. Intuitivo, interattivo, quando e dove vuoi tu. Imparare le lingue? Babbel. Provalo subito».

Mi alzo e vado sul divano. Fuori fa freddo, ma solo fuori. Dentro è diverso: c'è un sole che si sta proprio bene. Tengo tutto nel recinto della soddisfazione.

Cammino masticando una mela, la impasto col sapore del sorriso. Uno sguardo alla finestra che dà sulla via e uno a quella che dà sulla vita. Dal passato, risuonano le parole di C: «La tua voce non può stare in onda. Lascia stare».

Alle 13.55 su RAI 3. Segreto sorriso nel cuore.

Passo dopo passo, sgambettare il destino: come diceva Goethe, «senza fretta ma senza sosta».

Francesco Ventura

(brano tratto dall'ebook "Gestire la cadenza dialettale per colloqui di lavoro e personal branding, link qui).

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