Mai "no" fu più dolce...


19 anni vs 34 anni: come può cambiare una voce?


Nella traccia qui linkata, ascoltate la mia voce a 19 anni comparata con quella di quando ne avevo 34 (ho trascritto il testo, per fare il classico confronto prima/dopo).


Oggi non ho più 34 anni, la mia voce ha conosciuto un'ulteriore evoluzione, com'è giusto che sia (come suona la mia voce oggi? Beh, basta andare in homepage qui).


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Qualche capello fa, avevo in testa la voglia di parlare davanti a un microfono. Ma c'era un problema: la voce che mi girava nelle convoluzioni della mente non era quella che poi veniva fuori dalle labbra.


Con poca presa sulla realtà ma con ardita presa d'iniziativa, decisi di presentarmi a una professionista della radio con un cd audio tra le mani (il cui estratto avete ascoltato nel link sopra, quello di quando avevo meno di 20 anni).


Il responso?


«Senti, la tua voce non ti consente di stare in onda, non va bene per la radio, mi capisci?».


Severo ma giusto.

Il giudizio.

La sentenza.


D'altronde voi stessi, ascoltando il file di cui sopra, potete toccare con mano, anzi sentire con orecchio...

Qualche anno dopo, trovo il modo di far arrivare il mio cd tra le mani di una doppiatrice, a cui chiedo di darmi lezione, ovvero di mettermi a posto la voce, un po' come si mettono a posto le ossa rotte; quasi che ortoepia e ortopedia siano confinanti di senso.


Risultato? Altra stroncatura. Stavolta però con retrogusto più dolce: "Sì, si può fare qualcosa. Ma ci dobbiamo lavorare su. E tanto".


La doppiatrice mi fa un po' la "lista della spesa": devo con pazienza acquisire, una dopo l'altra, una lunga serie di competenze.


Devo recuperare un grosso gap, primo fra tutti quello linguistico, essendo nato in un'area foneticamente svantaggiata, stando agli standard del bel parlare promulgati dall'emittenza nazionale.

Servono disciplina ed esercizio, non si sfugge alle leggi del cambiamento.


Ed è così che imparo cose nuove.


Ad esempio finalmente so che parlo di testa, che il diaframma non è solo roba da fotografi, che non basta sapere se una vocale è aperta o chiusa per pronunciarla esattamente aperta e chiusa; che esiste un dizionario che non ti spiega i significati delle parole ma se si dice sàlubre o salùbre, dèvio o devìo, scandìnavo o scandinàvo (N.B.: sto abdicando all'uso del congiuntivo, in onore della svagata libertà del parlato, essendo il dire il mio mestiere, più che lo scrivere).


Imparo che la voce la devo "muovere", devo agire sulla prosodia, i saliscendi del tono; che le pause fanno respirare il pensiero; che dietro le parole deve esserci pensiero (appoggiatura su "esserci", imparo cos'è l'appoggiatura).


Ci vuole intenzione, altrimenti parli come la voce degli annunci delle stazioni.


Il pre-life scenario: domandarsi, di fronte la pagina, chi scrive ciò che scrive e che cosa ha vissuto prima. Che scopo vuole raggiungere, come lo fa sentire raggiungere quello scopo.


Imparo che cos'è il gesto psicologico di "Cechov".

E soprattutto divento cosciente che non devo limitarmi a stare nella crisalide delle parole.


Io sono il corpo, poi sono la voce, che è riflesso, rincorsa e slancio del senso.


Insomma, mi si apre un mondo e mi si allargano i confini del pensare.

Segue una lenta evoluzione, quasi due decenni passati a sillabare, a scalpellare, a cesellare.

Tempo consacrato a partorirmi dal blocco di marmo indistinto delle potenzialità inespresse.


Quel "no"?

Certo che ci ripenso.

E spesso.

E mi dico: meno male che c'è stato quel "no", perché è stato un sasso nello stagno che ha smosso acque altrimenti ferme.


Come dire: devi sapere che cosa ti manca per desiderarlo.

E desiderare è stare meglio al mondo.


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Ok, fa brutto tempo: ma cosa c'è oltre le nuvole?


www.lavocechetocca.com


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