il mio ex datore di lavoro

Era il 2003. Ero nel folto dei miei anni (e dei miei capelli).


Il mio “datore” di lavoro, dopo aver accumulato mesi di arretrati e sfinito dal fatto che non fossi sfinito dai mancati pagamenti, mi convocò a una scrivania logora, in un androne illuminato dalla stinta luce di un neon, dal sentore vagamente ospedaliero.


Con voce greve e tonante si disfaceva di me, tenendosi invece un altro collaboratore che - in cambio di un "gettone di presenza" di 100 euro - avrebbe avuto libero accesso ai locali e alle attrezzature.


Lavoravo nell’industria della tessitura sonora (in realtà, più che lavoro, stavo facendo - involontariamente - del volontariato). Stavo tutto il giorno dietro un pc a rabberciare parole. Guardavo gli speaker da un vetro e - tra un taglia e cuci e l’altro - li imitavo, muovendo le labbra, ripromettendomi che un giorno ci sarei stato io da quella parte.


Non capivo perché il mio capo avesse due segretarie: amore per l'abbondanza o, sindacalmente, amore per la categoria. Quando la donna delle pulizie in lacrime mi chiese quando sarebbe potuta passare per riscuotere il dovuto, le dissi che il titolare erano giorni che non si presentava e che ultimamente dava segni di vita solo con telefonate a sorpresa (per sventare eventuali evasioni di massa nel bar di fronte).


Quelle segretarie - a dirla tutta - non erano pagate o, almeno, erano pagate con la promessa di esserlo. Il capo era molto generoso quando doveva spendere parole.


Aveva creato la macchina perfetta, perfetta per l'autodistruzione: un esercito di speranzosi in grado di produrre audio a basso costo, per la parte bassa del mercato, quella che erige altari alla quantità. Gli ordini fioccavano ma più fioccavano, più la ditta si inabissava. Per far fronte alle richieste, serviva arruolare altro personale, e più personale veniva cooptato, più i debiti da collina diventavano montagna. L'opposto di ciò che propriamente si chiama "circolo virtuoso".


A me non restava che leggere manuali e imparare. Dovevo far fruttare il tempo, dal momento che la moneta con cui venivo pagato non era l'euro ma la speranza.


Un giorno in cui le dita della pioggia da ore tormentavano i vetri, venni convocato con modi spicci a una scabra scrivania di legno: "Con me hai chiuso. Ti pagherò quando verrà il tempo di pagarti. VI piace mangiare nel piatto altrui. Datevi da fare, se siete capaci. Comodo trovare la tavola apparecchiata". Tuonò la sua voce cavernosa, ammansendo eventuali velleità di ribellione.


Una scarica di pugni si versò in quel legno vissuto, che rispose con uno scuro tremore.


A ripensarci, quell'esperienza è stata la migliore che potessi provare, perché è stata uno spartiacque, tra l'intenzione di fare qualcosa e la volontà di fare qualcosa. Della mia vita.


Una vivificante doccia gelata.


Nel 2015 ho creato la Sarto Sound. Ho una sartoria tutta mia, adesso.


Confeziono su misura discorsi, a volte di taglia piccola, sui 30 secondi, per dire.


Sono il capo di me stesso. E sono il dipendente dei miei clienti. A voi grazie di esistere: il vostro esserci è dedicato a quel ragazzo a cui, quel signore dai modi spicci e dal pensiero corto, vent'anni fa disse che non serviva più.





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